SOGNANDO UN
INCONTRO IMMAGINARIO
CON OXUM
di Trevor Atson

Caldo, troppo caldo sotto queste coperte. Il ronzio del computer acceso, aspettando di vedere se lei viene in chat, non mi aiuta a dormire; per il resto tutto è silenzio. Sulla strada passano raramente macchine; mi alzo e vado alla finestra della cucina. Il cielo è limpido, la luna è appena salita da dietro l’orizzonte, grande, gialla.
In bagno apro la finestra che guarda verso il fiume. C’è una strana nebbia, bassa, forse solo un paio di metri o poco più. Ricopre tutto. Tanto che il fiume, l’argine e la strada del lungofiume non si vedono, ricoperti dal biancore gelatinoso della nebbia che attutisce tutto.
Torno a letto… e per fare cosa? Tanto non dormo… decido di vestirmi così, con quello che capita, senza neppure sciacquarmi il viso. Lentamente prendo la camicia, un maglione messo sopra ed i jeans neri. Cercando di non fare rumore metto le scarpe ed in punta di piedi esco dalla porta e, senza chiuderla a chiave, scendo le scale al buio, attento a non inciampare sui gradini.
Fuori è fresco, l’oscurità sta per essere sostituita dalla prima luce dell’aurora e mi ritrovo immerso nella nebbia. É molto fitta. Posso vedere solo poco più in là mentre, guardando all’insù, la luna comincia ad apparire interamente… che silenzio! Sento appena il rumore dei miei passi mentre mi dirigo verso l’argine del fiume. L’acqua scorre pigra un passo più in là ed io decido di camminare, assorto nei miei pensieri, lungo la sponda dove s’incontra con la terra e l’erba, proprio laddove le barche sono incatenate agli alberi che costeggiano l’argine.

Fiume Adda

Pensavo a questa mia vita, a cosa sarà di me, a ciò è stato. Forse ho sempre sbagliato. Nel lavoro, con gli amici, nell’amore. Ora mi sento solo, con l’angoscia di dover attendere.

Qualche mese, per sapere cosa ne sarà della mia economia, qualche ora per sapere se c’è chi mi cerca, un amico, un amore, o se sarò ancora una volta disperatamente solo. Ho avuto molto, ed ho dato tanto. Chi ha avuto bisogno di me, sul lavoro o nei rapporti di amicizia e d’amore mi ha sempre trovato disponibile. Ho perdonato tutto a tutti senza trovare poi comprensione per i miei errori.
Com’è difficile ottenere amore o anche solamente compagnia quando non hai più lo scatto di quand’eri giovane ma neppure hai ancora l’età di chi dimentica quello che è stato. Forse l’indulgenza degli altri passa solo attraverso la capacità di perdonare a se stessi.
Muovo passi incerti vicino all’acqua, insicuro a causa della nebbia che qui sul fiume è ancora più densa, lattiginosa, anche se, o proprio perché, si sta facendo chiaro. Credo di essere ormai vicino al ponte che attraversa il fiume ma non posso farmene un’idea precisa perché non vedo più in là di un metro. Potrebbe anche essere finita la vita e io non me ne sarei neppure accorto. Se fosse così il passaggio dalla vita alla morte? Fosse che ti ritrovi immerso in una specie di latte gassoso, una nuvola di vapore sulle pietre che portano ai cancelli oltre i quali non c’è più ritorno?
Improvviso giunge una specie di canto, una nenia, una musica lontana, portata forse dall’acqua, un suono ovattato. A volte nelle notti d’estate arriva musica dai locali all’aperto che si trovano più in giù, sull’altra sponda del fiume, ma adesso è impossibile che questa lenta armonia arrivi da là. É un freddo mattino di inizio primavera, i locali all'aperto sono chiusi e riapriranno solo tra alcuni mesi. Da dove viene questo suono ripetitivo, delicato e quasi lamentoso?
Mentre mi pongo questa domanda, la nebbia sembra alzarsi appena un po’ in un arco di luce intensa sopra l’acqua. Un raggio luminoso si rispecchia obliquo nel fiume facendo intravedere grandi pietre che affiorano dal pelo dell’acqua bassa. Non le avevo mai viste prima, o forse non c’erano mai state. Sembrano messe per consentire di attraversare il fiume. Un guado inaspettato che scompare nella nebbia. Senza rendermene conto ho già mosso un passo deciso sulla prima pietra per poi bloccarmi timoroso. Potrebbe essere che più in là non ci siano altre pietre.

Momumento a Oxum a Ipanema

Oltre il varco nella nebbia, potrebbe esserci solo l’acqua. Potrei restare immobilizzato in mezzo al fiume dall’improvviso crescere del suo livello.
Il canto che arriva da dietro la nebbia, m’incuriosisce troppo.
É un richiamo. Chiama me, questa cantilena. Allora vado deciso e spicco un breve salto per arrivare alla pietra successiva e poi ancora a quella dopo e dopo ancora… mi fermo. Guardando indietro non vedo altro che nebbia, scura, profonda, mentre davanti a me il vapore s’è aperto in una luce strana e solo una leggera foschia si frappone tra me e la sponda.
Non vedo ancora il bosco di pioppi. Dovrebbero vedersi almeno le cime degli alberi, ma ancora non le scorgo. Un vento caldo sale dall’acqua. Uno sbalzo di temperatura anomalo, tanto da costringermi a togliere il maglione ed a legarlo attorno alla vita. Faccio un altro salto su una grande pietra piatta, oblunga e appena alzo lo sguardo… ma dov’è il bosco?
Non c’è. Al suo posto vedo un paesaggio inatteso. Un’illusione? Cos’è questo lungofiume che ora con un ultimo slancio raggiungo, bagnandomi i piedi dentro una sabbia giallastra?
Le piante non sono quelle invernali del fiume di casa mia ma sono… sono… ma si...! sono quelle del lungolago di Ipanema! Questo è il lungolago di Ipanema, a Porto Alegre! Il cuore mi batte impazzito nel petto. Respiro quasi a fatica, come avessi fatto una corsa nel tempo. Da dove arrivo? Com’è che sono qua? Perché?
Ho il sangue gelato, come fossi andato oltre il limite e mi sentissi in pericolo. Solo il dolce canto che arriva dalla sponda mi rassicura. Non passa quasi nessuno lungo la strada, solamente una macchina e su di una panchina stanno due vecchi. Uno dorme, sdraiato.
Ma adesso è l’aurora, da poco la prima luce ha fatto svanire la nebbiolina e, visto dall’acqua, il lungolago di Ipanema non sembra lo stesso.